domenica 13 maggio 2012

12 giugno 2012, ore 21 - EVENTO SPECIALE: Viva El Planeta World Tour 12, Concerto di Doctor Kràpula


Sono 5 i giovani 'dottori': (da sin.) Nico il batterista, Sergio alle tastiere, Mario il cantante, David al basso e German alla chitarra. Stanno girando il mondo proponendo a tutti la stessa medicina: una mescola di rock, ska, punk addittivata di salsa e cumbia, i ritmi della loro terra, la Colombia.
La loro è una musica variegata e ricca di contrasti, proprio come il paese bellissimo, ma tormentato ahimé da quasi 50 anni di conflitto armato, in cui sono nati.  E girano il mondo armati infatti, ma dei loro strumenti, per suonare, sì, ma soprattutto per portare una testimonianza e un messaggio: che non ci si deve arrendere mai alle logiche del potere e della violenza e che il popolo unito può cambiare il corso della propria storia. Per questo parlano di lotta i Dottor Kràpula, ma nelle loro canzoni la lotta si fa con la forza dell'amore, dell'impegno e svegliando le coscienze della gente. E' una lotta a favore degli emarginati, dei dimenticati, dei deboli e dei senza voce e ovunque li intervistino i DrK parlano con orgoglio dei risultati raggiunti anche attraverso il lavoro delle loro Fondazioni.
E' facile innamorarsi della loro musica e dei sorrisi aperti e sinceri di questi ragazzi che sono rimasti semplici e umili nonostante la notorietà raggiunta in patria. Anche se in Italia non sono ancora conosciuti, sono infatti pluri-premiati questi 'dottori', delle vere e proprie stars in America Latina, anche se a conoscerli non si direbbe: hanno conservato intatto il loro spirito 'underground' degli inizi e un'immediatezza comunicativa che si legge anche nei testi delle loro canzoni.  Contano su un pubblico che li segue fedelmente da oltre dieci anni e li considera i veri e propri leader di un 'movimento' che essi stessi hanno definito 'di attivazione delle coscienze' al pari di altri colleghi - a loro volta amici e fan dei DrK - con cui hanno già collaborato in passato, tra i quali spiccano nomi conosciuti anche in Italia: Manu Chao e Juanes.
Non c’è dubbio che i DrK abbiano tutte le carte in regola per arrivare al cuore e alla coscienza di molte altre persone anche nel nostro paese, dove ci auguriamo raccoglieranno molti consensi. Scommettiamo, inoltre, che se non riusciranno a far soldi facendo i rockers, almeno, a modo loro, faranno la Storia!

ENTRATA LIBERA - c/o ARENA Comunale di Borgo Ticino (NO) - Via Papa Giovanni, ore 21. Per info: marta.brioschi@gmail.com. Si consiglia la registrazione. Pagina dell'evento su Facebook: https://www.facebook.com/events/170183553111170/

mercoledì 13 aprile 2011

Una serata in compagnia del Cinema Colombiano: 'Los Viajes del Viento' di Ciro Guerra

Le sorelle Salazar, relatrici dell'ultima conferenza, ci hanno fatto dono di alcune pellicole. Pensiamo così di farvi cosa gradita organizzando una serata fuori programma (il primo giovedì di maggio) per la proiezione di ' Los Viajes del Viento' , in lingua originale e sottotitolato in inglese.
Il film, che è stato recentemente presentato al Festival di Cannes ed è vincitore di numerosi riconoscimenti internazionali, parla di un viaggio, un moderno viaggio dell'eroe alla scoperta delle proprie radici, che è anche un percorso di conoscenza, di iniziazione e di riscatto attraverso luoghi magici e racconti mitologici.

Dalle parole del regista Ciro Guerra:
"E' la storia di un viaggio verso il principio, verso lo Spirito, e verso la nostra Anima. Verso ciò che unì le nostre radici bianche con le nere e quelle native in un qualcosa di unico. Come la musica che ne nacque.
Per secoli ci siamo domandati che cosa ci dividesse: ora è tempo di chiederci cosa ci unisce. Tutto raccontato attraverso le immagini di una terra, la nostra terra, sconosciuta persino a noi stessi."

Appuntamento dunque in sala conferenze alle ore 20.30 di giovedì 5 maggio. Passate parola!
NOTA: chi fosse interessato a partecipare è pregato di lasciare il proprio nome scrivendo a: conferenceroom@fandis.it. Grazie.


Intanto vi lascio con le immagini del trailer ufficiale.


lunedì 21 marzo 2011

Coming soon: appuntamenti di Aprile e Maggio

Il 12 aprile proseguiremo il nostro 'viaggio' e passeremo virtualmente il canale di Panama per spingerci in territorio Colombiano, il paese del mito di 'El Dorado', conosciuto oggi purtroppo per il narcotraffico, gli attentati delle FARC, il turismo sessuale e la povertà. Insieme a una giornalista e designer 'rola' (di Bogotà) scopriremo il vero volto della Colombia, quello che si cela dietro il mito moderno perpetuato dai media e dalla cinematografia nordamericana...perché ' l'unico vero rischio che si corre visitando la Colombia, è quello di decidere di restare ' (parola di Salvo Basile, attore italiano trasferitosi anni fa a Cartagena e oggi portavoce della promozione turustica).
La nostra guida ci racconterà un cambiamento che oggi sta assumendo le dimensioni di una vera e propria rivoluzione pacifica e di come il paese si sta impegnando a diventare il paese a più rapido sviluppo nel mondo insieme alla Cina e all'India. Ma si parlerà anche di cultura, arte e natura che oggi già costituiscono un patrimonio di inestimabile valore ancora tutto da esplorare per il turismo internazionale.

Voleremo invece verso un altro continente in maggio (giovedì 12) per visitare il Kenya e lo faremo ospiti di una fattoria, la 'Tishi's Farm', un progetto di turismo responsabile che sta sorgendo nella savana. Con il relatore, che è il suo promotore, esperto di formazione manageriale e vecchio amico delle nostre Serate, parleremo della saggezza, della spiritualità e dell' intima relazione con la Natura che esistono, profondamente radicati, nella cultura africana. Scopriremo così gesti, parole, riti e abitudini che ci avvicineranno ad un concetto della Felicità che non conosciamo (o forse abbiamo solo dimenticato?) nei paesi industrializzati. La Felicità delle 'piccole cose'.

giovedì 3 marzo 2011

10 marzo 2011: Costa Rica. Proposta di pace in un contesto turbolento. Con Adriàn Garcìa Ulibarri

Primo appuntamento del 2011!
Inauguriamo il nostro calendario dedicato ad "un giro intorno al mondo" con un primo viaggio in Costa Rica, bellissimo paese dell'America Centrale ricco di bio-diversità di cui però ancora troppo poco conosciamo. Grazie all'intervento di un amico giornalista proveremo ad esplorare allora gli aspetti meno noti del Costa Rica in un breve itinerario virtuale che credo vi stupirà...

Il Costa Rica è stato il primo paese nella storia ad abolire l’esercito. Da sessant’anni vive in pace e non vede alcun tipo di conflitto né teme il rischio di guerre civili e colpi di stato. Tuttavia il paese si trova incuneato tra vicini grandi produttori e grandi consumatori di droga e ciò sta trasformando il Costa Rica, a vari livelli, in un paese trafficante e consumatore di droga.

Per contrastare questa minaccia allo sviluppo pacifico del paese, il governo ha varato l’iniziativa “Consenso de Costa Rica” un progetto con cui intende stabilire dei meccanismi virtuosi per incentivare gli investimenti nella salute pubblica, nell’educazione e nella qualità della vita invece che nella sicurezza attraverso investimenti in armi e soldati. Questo progetto si rivolge anche alla comunità finanziaria internazionale affinché sorvegli la natura delle transazioni e supporti quelle a contenuto’etico’.

Nota: Vi preghiamo di confermare la vostra presenza e di lasciare un recapito telefonico a cui rintracciarvi in caso di necessità. Il relatore arriverà infatti con un volo internazionale e nel caso di ritardi o cancellazione del volo saremo costretti a rimandare la conferenza al giorno dopo.

Il relatore:
Giovane giornalista ‘Tico’ (del Costa Rica) specializzato nel settore della stampa ‘digitale’, scrive per diverse testate del suo paese. Si occupa di politica, anche internazionale. Attualmente risiede a Madrid, dove frequenta un Master di Economia.

Leggete anche: Che cosa rende 'unico' il Costa Rica? - in inglese -

lunedì 21 febbraio 2011

Prossimamente...Coming soon...

Amici delle Serate di conferenza,

finalmente torniamo dopo una lunga pausa.

Il primo appuntamento del 2011 avrà luogo nella prima metà di marzo e vedrà protagonista il Costa Rica.

Ma ora non voglio anticiparvi troppo...per ora vi lascio con delle immagini di questo prezioso angolo di mondo e vi invito come sempre a tenervi aggiornati e a passare parola.

A presto con nuovi aggiornamenti!
Marta

venerdì 8 ottobre 2010

La Fisica del Tacco 12, con Monica Marelli

Monica Marelli si è laureata a Pavia con una tesi sugli adroni (per i due o tre che non lo sapessero, gli adroni sono particelle subatomiche soggette alla forza nucleare forte). Da tempo si occupa di divulgazione scientifica collaborando con testate nazionali come Wired, Elle, Flair, D-La Repubblica delle Donne.

Le abbiamo rivolto tre domande:

Ma davvero la fisica è un gioco da ragazze?

«Sì, è anche un gioco da ragazze. Per questo motivo il mio libro parla di amicizia, di shopping e di fidanzati innamorati dei mega schermi al plasma: la fisica si incontra quotidianamente nella nostra vita. Perfino quando ci mettiamo a dieta, stiamo lottando disperatamente contro le leggi della termodinamica. Purtroppo alla parola fisica si associa sempre qualcosa di negativo, come la bomba atomica o le radiazioni pericolose. E naturalmente il fisico è sempre un uomo. Quando durante le presentazioni dei miei precedenti libri chiedo ai bambini: "come vi immaginate un fisico?", tutti, ma proprio tutti, descrivono un uomo con i capelli grigi e i baffi, cioè Einstein. Quando dico che anch'io sono un fisico, mi guardano spalancando gli occhi, che sembrano dire: "mmh, c'è qualcosa che non va"».

Come si può fare amare la scienza ai bambini?

«I bambini sono molto curiosi, proprio come i veri scienziati che non smettono mai di stupirsi davanti ai fenomeni della Natura. Quindi è molto più facile conquistare la loro attenzione, e la scienza è una riserva di sorprese: con La fisica del miao e La fisica del bau, per esempio, ho chiesto agli animali di spiegare come fanno a sopravvivere grazie alle leggi della fisica e i bambini hanno apprezzato molto».

Come hanno reagito i tuoi colleghi quando hanno letto l'articolo sui polimeri incurvati dei mascara?

«Bella domanda! Alcuni hanno storto il naso, altri invece mi hanno fatto i complimenti. Purtroppo molti "addetti ai lavori" non tollerano la necessaria semplificazione. Io, invece, credo sia fondamentale andare incontro alle curiosità di tutti: la fisica è troppo bella e affascinante per rimanere chiusa negli incomprensibili tomi universitari, a disposizione di pochi».

venerdì 28 maggio 2010

Tempi Moderni e Natura Selvaggia nella cultura Europea. Da Chaplin agli alpinisti, con Franco Brevini

di Franco Brevini


La modernità sta distruggendo la natura. L’allarme rimbalza ogni giorno dalle agende dei governi alle pagine dei giornali. Come sappiamo, quel processo che oggi sembra toccare la sua drammatica acme, è iniziato con l’avvio della stessa modernità industriale, quando furono in molti a ritenere che le opere dell’uomo avevano cessato di accrescere la bellezza della natura e che la nuova età che si stava aprendo sarebbe stata all’insegna dell’inestetico. Fra le estreme apparizioni dell’ancien régime vanno annoverati i nobili scenari fissati da pittori come Thomas Gainsborough: il gentiluomo di campagna in abiti da caccia, sua moglie in crinolina all’ombra di una quercia e dietro la suggestiva arcadia della sua proprietà rurale. Ma di colpo, già a partire dalla fine del Settecento, l’impoetica skyline degli opifici, le torri delle miniere e le scorie di carbone cominciano a deturpare irreversibilmente quei pittoreschi paesaggi.
Il nostro villaggio era uno dei più graziosi che si potessero vedere. Voglio dire che era grazioso perché era così verde e fresco e pulito… Allora il vento portava con sé un profumo che doveva essere di fiori selvatici e delle erbe dolci che crescevano sulla montagna.

È un passo di 'Com’era verde la mia vallata'
 di Richard Llewellyn, da cui John Ford trarrà nel 1941 il suo celebre film. È la storia di un villaggio minerario gallese della fine dell’Ottocento, ma l’atmosfera di irreparabile distruzione di un eden originario era quella stessa che aveva caratterizzato tanta parte della prima civiltà industriale e che è testimoniata fra gli altri dal poeta William Wordsworth e dallo storico George Macaulay Trevelyan.

Eppure limitarsi ad affermare che la modernità distrugge la natura, significa dire solo metà della verità. L’altra metà è costituita invece dai formidabili anticorpi espressi dalla cultura occidentale. Dall’esilio del suo irrevocabile artificio la modernità ha infatti rilanciato una nuova idea di natura, che poco ha a che fare con quella tramandata dalla classicità. È un’idea che travolge tutti i precedenti paradigmi connessi alla percezione della natura e che stabilisce un’irreparabile scissione tra mondo naturale e mondo storico.

Questa profonda trasformazione è testimoniata da una serie di indicatori, fra cui la legittimazione di due realtà naturali, che, a ben guardare, appaiono riconducibili alla medesima categoria estetica: il sublime. Dopo che per secoli letteralmente non erano stati visti, perché non rientravano in alcuno dei canoni percettivi correnti, alla fine del Settecento due nuovi fenomeni naturali fanno il loro ingresso nella cultura occidentale: le grandi montagne e le desolate distese dei ghiacci polari. La loro apparizione sulla ribalta della cultura europea, accanto al deserto, alla terrifica potenza del vulcano, al mare in tempesta, se per un verso rientra nel processo di evoluzione dei canoni estetici, per un altro verso costituisce una delle tante reazioni al degrado industriale. Quanto più l’ordinato contorno naturale dell’antica civitas appare minacciato dall’avanzare del moderno degrado, tanto più si vagheggia un mondo di incorrotta purezza: estremo, remoto, intangibile. I due fenomeni sono a tal punto connessi che, della modernità, lo scalatore o l’esploratore tra i ghiacci non rappresentano figure meno emblematiche del Chaplin di Tempi moderni intrappolato negli ingranaggi della catena di montaggio. Ne costituiscono semplicemente l’altra faccia.

Le conferme di un nesso in apparenza tanto imprevedibile tra la scoperta della natura selvaggia e incontaminata e la distruzione dell’ambiente sono numerose, ma vorrei cominciare con offrirne una a dir poco clamorosa. Non mi pare che sia stato finora notato un fatto piuttosto elementare e proprio per questo sconcertante: perché la scoperta della montagna e la nascita dell’alpinismo avvengono in Inghilterra, cioè in un paese privo di montagne veramente degne di questo nome e perché avviene comunque lontano dalle Alpi? Si compiono in Inghilterra sia perché è in quell’area che il culto della natura ha radici secolari, dal gusto per le dimore di campagna, per i parchi e per i giardini all’amore per gli animali da compagnia, dalla pratica del bird-watching alla venerazione per cani e cavalli. Ma soprattutto perché è in Inghilterra che le conseguenze della rivoluzione industriale si mostrano più precocemente allarmanti.

Un analogo meccanismo di rivalsa si ritrova nell’amore per la natura del mondo americano: si pensi solo al fervore per la wilderness e per i grandi spazi incontaminati di Henry David Thoreau. Vi possiamo riconoscere il tipico mito riparatore di una civiltà responsabile di avere distrutto i deserti e le praterie. Che i primi parchi nazionali siano nati laggiù la dice lunga su questo complesso di colpa.

Per secoli le montagne e i ghiacci polari sono stati sentiti come l’alter orbis, emblemi di un’alterità minacciosa e di un’estraneità irrevocabile. La montagna è stata di volta in volta axis mundi, luogo magico di congiunzione di terreno e di ultraterreno, come accade nel monte del Purgatorio di Dante o nel Monte Analogo di Daumal. Ha costituito la sede o l’altare della divinità, come l’Olimpo o il Sinai, ovvero il luogo della visione e della conoscenza, come nella Trasfigurazione sul Tabor. Le montagne si ergono verticalmente, dal centro della Terra al Cielo, e il loro asse è simbolo dell'asse cosmico, che nello sciamanesimo rappresenta lo Spirito.
 Rudolf Otto, il grande studioso tedesco di religioni, scrisse che all’origine del sacro sta l’«assolutamente diverso». È in tale radicale diversità, senza dimenticare l’idea di potenza che vi associava invece Mircea Eliade, che la montagna si candida precocemente a sede del sacro.

Ma non possiamo dimenticare la dimensione ctonia della montagna come dimora dei defunti o addirittura come luogo infernale, che ritroviamo nelle mitologie dei monts maudits sopravvissute fino a due secoli fa nel cuore dell’Europa. Ricordiamo che «montagne maledette» era il nome generico dell’intera catena del Monte Bianco prima della nascita dell’alpinismo.

Nei luoghi di produzione della cultura europea, fortemente centrata sul Mediterraneo, anche gli spazi del Nord fino dall’antichità sono stati invariabilmente sentiti come emblemi dell’altrove. E così l’immaginario settentrionale si è sviluppato in contrapposizione al suo opposto, il Sud dell’ecumene mediterranea, alimentando gli eterostereotipi più negativi: il Nord come luogo remoto, gelido, ostile, tempestoso, melanconico, repulsivo, perennemente invernale, spettrale, crepuscolare o notturno, solitario e inospitale. Perfino Dante lo recupererà nell’«eterna ghiaccia» del suo inferno: la lontananza da Dio si materializza nella vetrosa materia aquilonare.

La negatività era declinata anche in termini teratologici. Basta dare un’occhiata alla Carta Marina che Olao Magno pubblicò a Venezia nel 1539. Qui realtà e mito convivono e così, se la rappresentazione del territorio risulta per la prima volta abbastanza veritiera, i mari continuano a essere infestati da mostruose creature, pesci dalle forme bizzarre, taluni con baffi e chele come le aragoste, altri con un corno che emerge alla superficie (sono i narvali), altri ancora con il corpo rivestito di squamose corazze. Vi troviamo gigantesche, zampillanti balene che ingoiano le navi o serpenti di mare, i famosi kraken, che le stritolano. E ancora: insidiosi tronchi e lastroni di ghiaccio alla deriva su cui flottano gli ursi albi; navi che affondano, resti di naufragi e il gorgo del Maelström, chiamato horrenda caribdi. A depositare un alone favoloso sulle contrade aquilonari contribuiva anche la presenza di fenomeni esorbitanti come gli iceberg, le aurore boreali, il magnetismo che fa impazzire gli aghi delle bussole, i leviatani e gli unicorni.

Dalle montagne come dai ghiacci per secoli gli uomini si sono dunque mantenuti a prudente distanza e la temeraria oltranza di poche isolate sfide si è giustificata solo con la meraviglia dei tesori che quei luoghi custodivano. Nel caso delle montagne, i cristalli o le ambite prede di caccia, dai camosci, ai cervi, agli stambecchi, mentre nel caso del Nord, l’ambra, le pellicce, le balene, l’avorio.

Fino alla metà del Settecento le «Alpi gelide e canute» del celebre sonetto di Galeazzo di Tarsia non avevano rappresentato che ingombranti ostacoli alla civiltà e alle comunicazioni. Nel migliore dei casi i poeti le avevano salutate come provvido «schermo / […] fra noi e la tedesca rabbia». A dire il vero senza molto successo, se secoli di invasioni e scorrerie avevano poi provveduto a riconvertirle nelle «mal vietate Alpi».

Come i ghiacci boreali, le montagne appartenevano alla natura ferina, che costituisce il grado più primitivo della creazione e il luogo dell’errore. Di nuovo ne sa qualcosa Dante, che si smarrisce nella «selva oscura». Silva è la traduzione latina del termine platonico chora e di quello aristotelico hyle. Entrambi rimandano all’idea della materia oscura e primordiale, di ciò che è intricato e negativo. Per secoli la selva è il luogo canonico dell’avventura e della perdita, come dimostrano i poemi cavallereschi o le fiabe, il paladino Orlando e Cappuccetto Rosso. E il mare è la frontiera della scoperta e dell’incontro straordinario, della ricerca della terra nondum cognita e dell’affiorare dell’abisso.

La positività era invece associata al paesaggio coltivato, ai campi ondeggianti di messi, alla collina con la vite e l’ulivo, insomma al luogo esiodeo consacrato dalle opere e dai giorni della fatica umana: gli «effetti del buon governo», come vuole un celebre affresco di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena. Fino al Settecento solo l’aratro sapeva redimere il paesaggio naturale. La natura doveva essere sottratta alla casualità meccanica che la governa, redimendola dall’istintualità e dalla ferocia: un modello della stessa civiltà. L’emblema è Venerdì, il selvaggio del romanzo di Defoe, Robinson Crusoe, uscito nel 1719, che viene strappato alla barbarie del cannibalismo e indirizzato alla vera religione.

«Beauty is not a real property of things»

Affinché le montagne entrino nel campo visuale della cultura europea, aprendo la strada all'esplorazione di quel nuovo spazio che potremmo definire il «continente verticale», sarà necessario che si produca una profonda modificazione dei paradigmi, che cade intorno alla metà del XVIII secolo e che nel campo dell'estetica si riassume nel passaggio dal pittoresco al sublime.

L’interesse verso il mondo iperboreo partecipa di quello stesso mutato clima, anche se i viaggi al Nord avevano complessivamente conosciuto una maggiore frequenza delle incursioni in alta montagna di cacciatori e cristalliers. E tuttavia anche nel caso dei viaggi boreali occorre distinguere. Fino al XIX secolo il regno dei ghiacci era stato percorso non quale meta in sé, ma, da un lato per le cogliere le sue misteriose ricchezze, dall’altro alla ricerca di rotte alternative verso i mercati delle spezie orientali capaci di aggirare il monopolio arabo.

La ricerca dei Passaggi a nord-est e a nord-ovest verso le «drogherie» del Far East, obiettivo, come si ricorderà, anche del viaggio di Colombo, segnò in modo caratteristico l’età moderna, dando vita alla più pericolosa e alla più vana fra le imprese della storia delle esplorazioni. Percorso solo nel 1878-79 il primo e tra il 1903 e il 1905 il secondo, i due passaggi si riveleranno infatti troppo ingombri di ghiacci, troppo pericolosi e troppo laboriosi per costituire effettive rotte per la navigazione commerciale. Entrambi sono stati utilizzati un po’ più sistematicamente solo nel Novecento grazie a ragioni sia climatiche, sia tecnologiche: lo scioglimento dei ghiacci artici da una parte e la disponibilità di potenti rompighiaccio nucleari dall’altra. In tutti i casi comunque i banchi galleggianti della banchisa entro cui si addentravano i navigatori non offrivano in sé alcuna attrattiva. Erano sentiti come penosi pedaggi che l’ardimento umano doveva pagare per esplorare rotte commerciali di elevato interesse strategico.

Questo quadro cambia con la transizione dal pittoresco al sublime, che travolge definitivamente gli ordinati canoni dell’estetica classicista. Spostando l’attenzione dall’oggetto naturale al soggetto che lo percepisce, tale transizione segna una svolta epocale e inaugura l’idea di natura nella quale siamo tuttora immersi. Se, parafrasando Hume, la bellezza non è una proprietà delle cose in sé, se ciò che conta è piuttosto l’emozione del soggetto, ecco che il regno dell’estetico può dischiudersi ad apparizioni della natura fino ad allora impensabili proprio perché smisurate e grandiose, selvagge, esorbitanti, terrifiche e mostruose. Ben oltre ciò che è ordinato e simmetrico, tutto può allora diventare esteticamente significativo a patto di suscitare un’emozione. Dalla moderata irregolarità del pittoresco il sublime conduce nell’irregolarità più estrema.

Oltre le ragioni estetiche, ad assicurare una valorizzazione alla natura selvaggia sono state le stesse ragioni che spingevano un tempo a condannarla. Proprio il selvatico e il barbarico, che terrorizzavano l’uomo barricato entro le mura delle città, confortano oggi la folla solitaria delle megalopoli. Nell’Ottocento si assiste al decollo di un diffuso sentimentalismo a base agreste, che, fuggendo le viziose Babilonie erette dal capitalismo industriale, celebra i semplici valori della vita in campagna e più tardi dell’arcadia alpina. Insomma Heidi o Tartarino non rappresentano che l’altra faccia di Gregor Samsa che agita le sue chele nel chiuso di una stanza. Ma già alla fine del Settecento, dal Rousseau della Nouvelle Heloïse ai Voyages di De Saussure, le Alpi erano apparse, non più come luogo teratologico e infernale, ma come un Eden miracolosamente sopravvissuto nel cuore dell’Europa. Ecco una descrizione di Chamonix firmata dal fautore della prima ascensione al Monte Bianco:

L’aria pura e fresca che si respira, così diversa dall’aria soffocante delle valli di Sallanche e di Servoz, le belle colture della valle, le graziose borgate che si incontrano a ogni passo, danno nelle giornate di bel tempo l’idea di un mondo nuovo, di una specie di Paradiso terrestre, rinchiuso da una Divinità benefica nella cerchia delle montagne.

Per una curiosa coincidenza cronologica il romanzo di Rousseau, che si fece portavoce in tutta Europa della moda dell’alta montagna, venne messo in vendita a Parigi nel 1761, lo stesso anno in cui Saussure compì uno dei suoi primi viaggi a Chamonix. In quell’occasione il naturalista ginevrino fece affiggere su tutte le parrocchie della valle un bando in cui prometteva un compenso a chi avesse scoperto un itinerario per raggiungere la cima più alta del massiccio. La corsa al Monte Bianco era cominciata.

Nella Critica del Giudizio, pubblicata nel 1790, quattro anni dopo la prima ascensione alla vetta più alta d’Europa, Kant denuncia i limiti della concezione empirista del delightful horror di Burke, che nel 1757 nella sua fortunatissima Philosophical Inquiry into the Origin of our Ideas of the Sublime and Beautiful aveva rilevato l’insufficienza delle tradizionali categorie estetiche rilanciando il sublime. E per farlo cita proprio le montagne e i ghiacciai, che stavano entusiasmando l’Europa. Per il filosofo tedesco la sublimità non sta nell’oggetto, ma nel soggetto che lo contempla.

Chi vorrebbe chiamar sublimi masse montuose informi, poste l'una sull’altra in un selvaggio disordine, con le loro piramidi di ghiaccio, oppure il mare cupo e tempestoso, e altre cose di questo genere?

La reazione al degrado paesaggistico delle aree più economicamente avanzate dell’Europa si incontra dunque con la svolta culturale che sdogana la natura selvaggia. Nel giro di pochi decenni le Alpi diventano un nuovo, affascinante terreno di gioco: «the Playground of Europe» le definirà Leslie Stephen, critico letterario, docente a Cambridge e alpinista di punta dell’età vittoriana, oltre che odiosamato padre di Virginia Woolf. Il 1865 è l’anno della conquista del Cervino e di Alice nel paese delle meraviglie: per gli alpinisti, che vedevano dischiudersi un nuovo meraviglioso terreno d’avventura, una coincidenza tutt’altro che casuale.

Per le vallate alpine si inaugura la più grandiosa trasformazione antropologica della loro storia. Non senza una contraddizione quanto mai tipica della società moderna, quella ricerca di solitudine e di ambienti intatti innescherà un processo che metterà seriamente a repentaglio l’integrità di quegli stessi ambienti. Tanto che, non solo in montagna, si renderà necessario correre ai ripari istituendo le aree protette. C’è una singolare coincidenza tra il modo in cui Ruskin chiamava le montagne — «le cattedrali della terra», di cui gli alpinisti sarebbero i profanatori — e la definizione che nel 1896 Charles Eliot darà delle riserve paesaggistiche: «le cattedrali del mondo moderno».

L’apprezzamento delle «dentate, scintillanti vette» si impone di conserva con il successo dei nuovi scenari naturali che approdano alla cultura europea. È quella che Paul Hazard definì «l’invasion des littératures du Nord». Dopo il locus amoenus della valle di Tempe, dopo il pittoresco del Mediterraneo classico, è la volta dei desolati paesaggi dei Canti di Ossian, delle selve dei bardi primitivi, delle Highlands delle ballate di Robert Burns. Basta pensare allo sgomento che traspare dai quadri di Caspar David Friedrich: i suoi alberi contorti dal gelo invernale, le marine livide, le brume, quel nuovo senso di solitudine.

Il pittore tedesco dipinse anche un vero e proprio quadro polare conservato ad Amburgo, Das Eismeer, intitolato anche Il naufragio della speranza. L’intento era di rappresentare il nuovo clima di gelo politico, in particolare il tradimento delle speranze dei popoli, che la Restaurazione aveva stretto nelle ghiacciate morse dell’assolutismo. Ma sappiamo che il quadro fu ispirato dalle spedizioni polari, in particolare dai diario di bordo scritto nel 1819-20 dal famoso esploratore William Parry durante una delle sue missioni alla ricerca del Passaggio di nord-ovest.

Nella cultura italiana i viaggi al Nord sono registrati fino dal Trecento con i fratelli Zeno, come ho documentato nel mio volume La sfinge dei ghiacci. Ma fino al XVIII secolo a imporsi fu una curiosità da Wunderkammer, perfettamente esemplificata da Francesco Negri, che tra il 1663 e il 1666 raggiunse in inverno Capo Nord. Nel suo Viaggio settentrionale prevale un gusto del meraviglioso che prevarica spesso il nuovo spirito scientifico cresciuto alla scuola di Galileo che Negri professa.

La prima moderna rappresentazione del mondo nordico debitrice verso l’estetica del sublime ci è fornita da Vittorio Alfieri nelle pagine della Vita dedicate alla Svezia e alla traversata in Finlandia. I paesaggi grandiosi e senza vita, le lande gelide e desertiche costituiscono il teatro perfetto di un io titanico e aristocratico, che, nella sua pulsione anti-sociale, appare mosso da un impulso che non trova pace. Le immagini del paesaggio che Alfieri ci fornisce vanno tutte nel senso del nuovo gusto: dopo il «ferocissimo inverno», la «greggia maestosa natura», le cose «ruvidamente scolpite», lo scrittore descrive le «cupe selvone» e i «lagoni crostati», su cui si lancia «con furore» nelle sue corse in slitta. Più avanti parlerà di «densissima crostona», di «tavoloni galleggianti», ecc. Si noti la studiata ricerca di una lingua spigolosa, estranea al decoro della tradizione italiana.

Nella descrizione della traversata del Golfo di Botnia ancora in parte gelato si delinea un’altra componente rispetto a quella del paesaggio sublime: l’agonismo. Alfieri che, impugnando l’ascia, combatte con i lastroni di ghiaccio alla deriva, impersona una nuova figura eroica in lotta con gli elementi, che avrà largo corso nel secolo successivo. Dal nostro punto di vista pensiamo solo all’emblematicità dell’alpinista e dell’esploratore polare.

Più d’una volta i marinai miei, ed anche io stesso scendemmo dalla barca sovra quei massi, e con delle scuri si andavano partendo, e staccando dalle pareti del legno, tanto che desser luogo ai remi e alla prora.

Negli anni a cavallo tra Sette e Ottocento prendono la via del Nord due altri viaggiatori italiani: Giuseppe Acerbi e Carlo Vidua. Sono entrambi cresciuti nell’ossequio alla cultura classicista, di cui Acerbi si sarebbe fatto anche banditore dirigendo la «Biblioteca Italiana». Ma in entrambi sia l’interesse verso le inedite mete boreali, estranee alla tradizione del Grand Tour, sia l’attenzione manifestata verso i paesaggi nordici dimostrano quanto la nuova sensibilità estetica andasse diffondendosi. Ecco cosa scrive Acerbi valicando le Alpi Scandinave per discendere verso le coste dell’Atlantico:

Valicammo le più alte cime di queste alpi e passeggiammo più volte il capo nelle nubi e i piè nella neve. Passammo fra le alte una piciol cascata fra roccie ove la neve ancor alta aveva pel calor formate delle grotte e de volti profondi ed assai profondi. Passeggiammo in tutte queste stanze e fu per noi la più meravigliosa sorpresa vederci trasportato in un palazzo di ghiaccio e di neve ornato di stalactidi grondanti in mille forme ed inesprimibili dall’arte e dal penello.

Perché le prue delle navi siano volte decisamente verso i 90° di latitudine nord occorrerà che il nuovo interesse verso gli spazi selvaggi si incontri con lo spirito scientifico promosso dalla cultura del positivismo. Ma nell’età aurea dei viaggi polari, che prende il via a partire dalla fine del XIX secolo, contemporaneamente ai primi tentativi sugli ottomila himalayani, entra in gioco anche un’altra componente. Le immagini delle regioni artiche, come quella dei giganti asiatici, si plasmano sui valori della conquista, della scoperta, della domesticazione della natura, che sono promosse dalle classi dirigenti dell’età coloniale, in un intreccio di dominio di sé e dominio della natura ben attestati, ad esempio, nell’Inghilterra vittoriana.

Non è davvero un caso che la più alta montagna della terra, quella che era chiamata dai tibetani Chomolungma («L’altissima dea») e dai nepalesi Sagarmatha («Dea madre del mondo»), sia stata intitolata a Sir Gorge Everest, il cartografo inglese per molti anni ai vertici del Survey of India, il servizio topografico britannico che rappresentò uno dei pilastri dell’impero di Sua Maestà. Il tetto del mondo parlava inglese e celebrava l’opera benemerita di un solerte geografo dell’impero, che si era speso nei domini asiatici, sottraendoli alla barbarie dell’indeterminato e consegnandoli alla civiltà nel codice dei dominatori.

A sventolare sull’Everest non avrebbe potuto essere che l’Union Jack. Il legame fra la più grande potenza e la vetta più alta appariva quasi fatale. Nessun’altra cima himalayana fu oggetto di un analogo accanimento da parte di una nazione europea. Il «Times» diede per primo la notizia della vittoria il mattino del 2 giugno 1953, lo stesso giorno dell’incoronazione della regina Elisabetta. Alla nazione reduce dall’austerity del dopoguerra i due eventi sembrarono forieri di una nuova età di ottimismo.

«Lottare, cercare, trovare e non arrendersi». Il verso dell’Ulisse di Tennyson sulla croce di legno piantata a Capo Evans, in Antartide, in memoria dei cinque componenti della sfortunata spedizione britannica guidata da Scott, testimonia l’analogo spirito con cui vennero condotte le esplorazioni polari. Scott e Shackleton furono sentiti come gli emblemi della tenacia e del coraggio del popolo inglese gettato in terre ignote ai quattro angoli del globo. Per una singolare coincidenza tre mesi dopo il fallimento di Scott, con il Titanic affondava nelle acque dell’Oceano Atlantico un altro orgoglioso mito della potenza inglese.

Anche l’Italia partecipò in prima persona alla corsa verso i poli e nel 1899-1900 le pattuglie del comandante Cagni segnarono un record di penetrazione verso il Polo Nord, superando la latitudine precedentemente stabilita da Nansen. Guidata dal Duca degli Abruzzi, la spedizione della Stella Polare non era meno carica di valori ideologici. Nella giovane nazione lacerata dalla crisi economica e dai conflitti sociali, si proponeva di promuovere il senso di appartenenza e l’orgoglio patrio, rafforzando l’immagine della monarchia minata da una poco accorta politica estera. Ecco cosa scrive il duca stesso:

Come gli uomini, che nelle lotte quotidiane, col superare le difficoltà, si sentono più forti per affrontarne delle maggiori, così è delle Nazioni, che dai successi riportati dai propri figli si devono sentire maggiormente incoraggiate e spinte a perseverare nei loro sforzi per la propria grandezza e prosperità.

Ancora ai primi del Novecento Artide e Antartide restavano avvolti nel mistero. In tal senso si può dire che i poli rappresentino una volta di più dei tipici miti della modernità. Non solo perché vennero raggiunti solo nel XX secolo, l’uno nel 1912 e l’altro nel 1926, quando ogni altro luogo della terra era già stato calcato dall’uomo. Ma anche perché, soprattutto il Polo Nord, poté essere conquistato grazie all’impiego dei moderni mezzi, che permettevano di proseguire oltre le banchise ghiacciate dove per secoli si erano arrestate le navi a vela: i dirigibili, gli aerei, i rompighiaccio. L’esempio più clamoroso è offerto dalle spedizioni polari di Umberto Nobile con i suoi dirigibili, includendo anche la grande operazione di salvataggio legata all’epopea della Tenda Rossa, la più vasta fino ad allora messa in atto, con la partecipazione di 6 nazioni, che misero in campo 22 aerei, 18 navi e oltre 1500 uomini.

La scoperta della natura selvaggia, che originariamente aveva rappresentato una reazione al degrado ambientale indotto dalla modernità, ha dunque potuto essere condotta a termine grazie all’evoluzione tecnologica, che della modernità è uno dei risultati più significativi. Le ultime frontiere del mondo selvaggio, i due poli e i quattordici ottomila himalayani, dopo secoli, tra il 1912 e il 1964, sarebbero infatti caduti uno dopo l’altro nel giro di un cinquantennio.

Si concludeva un ciclo, ma già la passione per la natura incontaminata era diventata allarme per una distruzione che si stava facendo ogni giorno più indiscriminata. Forse, come diceva Schiller, rispetto agli antichi che sentivano naturalmente, noi moderni sentiamo la natura perché avvertiamo la minaccia che incombe su di essa. E forse la venerazione che ci è ispirata dalla sua vista allude anche a qualcosa di prezioso, al nostro sentirci parti di quella stessa natura, di cui la modernità ci ha privato. Ce ne rendiamo conto ogni volta che una montagna, alle porte di casa o in capo al mondo, ci aiuta a conquistare almeno momentaneamente una condizione di lontananza.

giovedì 25 marzo 2010

X-Barak, scegli il tuo Presidente, con Jader Giraldi

E' iniziato X-barak, una sorta di reality show online che mira a reclutare volti nuovi per la salvezza di un Paese alla deriva.

Come si legge su Facebook nella pagina del progetto, “Xbarak è il primo political talent show pensato per far emergere dal basso i leader politici del futuro”.

Il nome è un chiaro riferimento a Obama; il funzionamento molto semplice: chiunque voglia “candidarsi”, chiunque abbia qualcosa da dire e la volontà di farlo, ha la possibilità di inviare un breve video di presentazione di sé e delle proprie idee.

In base a poche linee guida, l’aspirante politico può farsi conoscere grazie ad un filmato di un minuto che girerà in maniera autonoma, presentandosi e riassumendo la sua storia in una manciata di secondi, elencando i tre punti fondamentali della sua missione.
La partecipazione è prevista sia in veste di protagonisti che in quella di sostenitori: oltre alla votazione sul sito, è possibile sostenere il proprio “pupillo” anche attraverso i canali che X-barak avrà nei social network, nonché organizzando serate in locali e associazioni che vedranno sempre il sostegno e la partecipazione degli organizzatori del format.

Le candidature non sono ancora molte,  ma una rapida carrellata dei video caricati sul sito ci permette già di trarre alcune conclusioni su come l'italico individuo percepisce se stesso in relazione alla politica...

Vi invito a votare e a candidarvi, ma se proprio preferite astenervi, vi consiglio almeno di guardarvi i due video qui riproposti. Per riflettere sorridendo.








http://www.xbarack.tv/

martedì 16 marzo 2010

La fine dell'attuale ciclo economico, con Franco Rebuffo

Le attuali difficoltà dei mercati finanziari e, più in generale, dell'economia non sono stati determinati, seconfo l'analisi del Prof. Rebuffo, dai mercati finanziari, bensì da una cultura complessiva, affermatasi negli anni novanta come una vera e propria alternativa al modo tradizionale di fare impresa.


Dopo un periodo di crisi del profitto (o di remunerazione del capitale) dovuta ad un'eccessiva diversificazione dei prodotti, le imprese si avviarono alla rincorsa verso la dimensionalità efficiente di cui il business process engineering e la lean production rappresentarono i cardini. L'abuso che si fece però delle economia di scala e di scopo portò a due principali conseguenze:

in primo luogo alla specializzazione produttiva e all'esternalizzazione di tutte le attività non strettamente legate al core-business, cose che hanno senz'altro favorito l'efficienza delle aziende, a discapito però della flessibilità e della diversificazione alzando sensibilmente il rischio d'impresa; in secondo luogo, uno scriteriato ricorso alla diversificazione del portafoglio in risposta all'aumento del rischio d'impresa, ha rapidamente trasformato l'imprenditore in investitore. Tutto questo ha sensibilmente ridotto la capacità dell'impresa di adattarsi e di generare innovazione e, in questo contesto, il recente fenomeno della finanza 'strutturata' non ha fatto che accelerare la spirale verso l'immateriale, finendo per squilibrare ulteriormente il sistema.

Per uscire da questa fase, non sarà perciò sufficiente creare e far rispettare nuove regole di trasparenza. Certo gli intermediari (le banche) dovranno offrire nuove e più solide garanzie circa il proprio operato, ma anche gli imprenditori dovranno tornare a concentrarsi sulla generazione di innovazione e restituendo valore reale ai propri stakeholders.
MB

giovedì 28 gennaio 2010

Calendario 2010: In viaggio verso Utopia. Alla ricerca di un mondo possibile.

...
" Una carta del mondo che non contiene il Paese dell'Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l'Umanità approda di continuo. E quando vi getta l'àncora, la vedetta scorge un paese migliore e l'Umanità di nuovo fa vela."         Oscar Wilde

Quest'anno il nostro calendario segue una traccia. Si tratta di un percorso tematico con il quale cercheremo insieme di costruire delle ipotesi di un mondo migliore, scegliendo di volta in volta strumenti concettuali, conoscenze ed esempi concreti che ci possano essere utili nel cammino verso l'utopia possibile.


GENNAIO 20

Tema: Pedagogia

Titolo: La sfida Educativa

In un contesto di continua ridefinizione e ricerca della propria identità e del proprio "posto nel mondo" diventa essenziale per i ragazzi avere un giusto ed equilibrato sostegno da parte dei genitori.
Il compito di educare è un intervento delicato e complesso che richiede passione, attenzione, sensibilità, capacità di ascolto e di dialogo. Oggi educare è una sfida che non si può lasciare cadere nel vuoto.

Relatore: Prof. Paolo Crepet


FEBBRAIO 18

Tema: Economia

Titolo: La fine dell'attuale ciclo economico

Cercheremo di costruire un filo rosso che ci permetta di interpretare le ragioni dell'attuale crisi economica ma, soprattutto, quello che ci attende e quello che dovremmo fare per uscirne.

Relatore: Prof. Franco Rebuffo – Alétheia


MARZO 11

Tema: Comunicazione

Titolo: X-BARACK

Format Interattivo dove le persone giocano con la politica e con il potere di deflagrazione del gesto e della parola.
Obama non ha fatto solo storia, ma ha lasciato un'esperienza memorabile. La sua comunicazione viene illustrata e messa a confronto con quella dei politici "nostrani" per svelare alcuni "trucchi" della propaganda politica.

Relatore: Jader Giraldi, attore e formatore in Zeranta Edutainment


APRILE 22

Tema: Società

Titolo: Città industriali: un’utopia realizzata tra socialismo paternalistico e responsabilità sociale

Storia dei villaggi operai nati intorno alle grandi fabbriche.
Come sono nate le città industriali e perché. A quali esigenze economico-sociali rispondevano e perché sono scomparse.

Relatore: Anna Clerici, docente Liceo di Gozzano


MAGGIO 20

Tema: Società

Titolo: Tempi moderni e Natura selvaggia nella cultura Europea. Da Chaplin agli alpinisti

La modernità sta distruggendo la natura. L'allarme rimbalza ogni giorno dalle agende dei governi alle pagine dei giornali. Come sappiamo, quel processo che oggi sembra toccare la sua drammatica acme, è iniziato con l'avvio della stessa modernità industriale, quando furono in molti a ritenere che le opere dell'uomno avevano cessato di accrescere la bellezza della natura e che la nuova età che si stava aprendo sarebbe stata all'insegna dell'inestetico...

Relatore: Prof. Franco Brevini, docente di Lettere Moderne - Univ. Bergamo


GIUGNO 10

Speciale SCIENZA E FEDE. Visione del Cosmo, Evoluzionismo e Bioetica.

Tema: Genetica

Titolo: L'invenzione della razza - ore 18.30

Le differenze biologiche nella nostra specie non permettono di individuare né gruppi omogenei, né gruppi distinti fra loro. Per questo motivo il termine ‘razza’ è praticamente scomparso dalla terminologia scientifica. Anche se scientificamente screditato, tuttavia, questo concetto pervade la nostra cultura…

Relatori : Vincenza Colonna e Silvia Ghirotto, ricercatrici - Università di Ferrara

Tema: Filosofia

Titolo: La dimensione etica dell'impresa scientifico-tecnologica - ore 20.30

Discorso sul rapporto tra razionalità scientifica e la razionalità morale, la loro differenza e connessione attorno ai valori e alle responsabilità. Le sfide aperte dall’avventura scientifico-tecnologica sono stimolo per ripensare le categorie morali con cui accostarsi ad esse ed accompagnarne lo sviluppo. Come assecondare la ricerca e lo sviluppo tenendo in mente un quadro di valori umani che mettono in conto anche livelli di precauzione, valore sociale, rapporto costi/benefici ?

Relatore: Prof. Giannino Piana – Teologo. Evento in collaborazione con Ass. Città di Dio


LUGLIO 15

Tema: Seminario esperienziale

Titolo: Andare oltre

Il successo di un insegnante come di uno sportivo, di un artista come di un
manager non passa solo attraverso una zelante applicazione delle più efficaci
tecniche; è anche frutto di momenti magici in cui l’individuo scopre di avere in
sé la capacità di andare oltre gli schemi consolidati, oltre le consuetudini, oltre
gli stereotipi, oltre l’abituale percezione della realtà.

Relatore: Alessandro Chelo – Formatore


SETTEMBRE 16

Tema: Scienza

Titolo: La fisica del tacco 12

Niente formule o teorie incomprensibili ma tanta ironia e spiegazioni alla portata di tutte le donne (e non solo! ) curiose di sapere perché il tacco 12 è decisamente più scomodo di una zeppa, come mai le diete devono sempre fare i conti con la termodinamica, per quale motivo gli schermi a cristalli liquidi e al plasma sono più delicati dei vecchi televisori e tante altre questioni quotidiane piene di scienza.

Relatore: Monica Marelli, scrittrice e divulgatrice


OTTOBRE 22

Tema: Psicologia

Titolo: La mente dei giovani. Crescere con la TV e Internet

Impulsivi, irragionevoli e scontrosi. Sono gli adolescenti: spesso preda di ansia e fonte di preoccupazione, i giovani sono uno dei misteri più studiati dalle scienze cognitive. Quali sono i meccanismi che rendono il cervello degli adolescenti così diverso da quello degli adulti? E in che modo i mezzi di comunicazione come il cellulare e Internet contribuiscono alla socializzazione?

Relatore: Prof. Luciano Arcuri, docente di psicologia sociale - Univ. di Padova.


NOVEMBRE 18
Tema: Ecologia

Titolo: A come Ambiente

Per diventare un po’ esperti di aria, energia, alimentazione, acqua, rifiuti e adottare buone pratiche, modificare le cattive abitudini : perché è possibile, a tutte le età, essere eco-informati.
Evento raccomandato alle scuole.

Relatore : Carlo Degiacomi, Direttore dell’omonimo Museo
...

mercoledì 16 dicembre 2009

Anticipazioni: Un grande appuntamento apre il calendario del 2010


La ‘genitorialità’ diventa materia di studio in azienda.
Un mini-corso per genitori (e insegnanti) in una serata-dibattito su come affrontare il difficile mestiere di educare i figli.


 

A Gennaio riparte la stagione delle Serate di Conferenza con un ospite illustre. Mercoledì 20 alle ore 20.30, ci sarà un incontro dibattito, dal titolo "La sfida educativa", che vedrà la presenza del Prof. Paolo Crepet, psicologo, psichiatra, scrittore e direttore della Scuola per Genitori di Vicenza, progetto nato in collaborazione con la Confartigianato.

In un contesto di continua ridefinizione e ricerca della propria identità e del proprio “posto nel mondo” diventa essenziale per i ragazzi avere un giusto, equilibrato e sostegno certo da parte dei genitori.
Spesso alcune piccole informazioni e riflessioni unite all’ascolto, all’affetto e all’esperienza possono essere di utile completamento rispetto a quel difficile “mestiere” che è l’essere “genitori di ragazzi che scelgono”.
Il compito di educare, un intervento delicato e complesso, che richiede passione, attenzione, sensibilità, capacità di ascolto e di dialogo. Oggi, educare è una sfida che non si può lasciare cadere nel vuoto.

Ecco una breve intervista al relatore per introdurre il tema della serata:

Professore, cosa sta accadendo nella nostra società?
"Quello che viviamo non è il frutto di errori di percorso o involuzioni impreviste, ma di una straordinaria mutazione antropologica, che coinvolge la famiglia, i giovani, le loro culture, l'intera comunità".

Siamo all'emergenza educativa?
"Barack Obama ha inserito nella sua squadra una signora che è la più grande esperta di educazione Usa. Gordon Brown ha tenuto una conferenza dicendo che ci sono due modi per uscire dalla crisi: uno, stupido, consiste nel mettere una toppa, con interventi immediati che distribuiscano solo un po' di soldi qua e là; l'altro, più intelligente, consiste nel trovare risorse per l'educazione. Dove educare significa offrire libertà: il resto è addestrare, indottrinare, inculcare, istruire. Vorrà pur dire qualcosa se i leader di due grandi Paesi mettono l'educazione al centro dei loro programmi...".

Qual è il punto debole nel modo di educare oggi i figli?
"Nella vita di una persona l'essenziale è il desiderio. Non c'è vita, senza desiderio. Invece noi ai figli lo togliamo. Per non rischiare, non poniamo limiti. E se poi, per un rifiuto, per un no, ci si sente in colpa, non si è autorevoli. In questa situazione, mi sono convinto che la crisi economica potrebbe persino aiutarci".

In che modo?
"Le faccio un esempio. Un signore viene da me e mi fa: "Devo dire a mio figlio che non posso più cambiare la macchina ogni anno". "Bene, glielo dica". E lui: "Ma in che modo?". "Come lo ha detto a me". "Professore, ma non glielo potrebbe dire lei?". Guardi che è tutto vero, non è una battuta. Il problema di quel signore è che suo figlio è venuto su come l'insalata, è cresciuto per anni come il Pil, con tutti i + davanti. Ora non sanno come dirgli che i + sono scomparsi... Ha avuto tutto, sì, ma non c'è amore in questa educazione, non c'è la voglia d'insegnare a essere indipendenti".

Qual è l'obiettivo della Scuola per genitori?
"Fare il genitore è un mestiere difficile e oggi lo è ancora di più. Noi non abbiamo la presunzione di dare delle risposte ma un metodo. Ce lo chiedono i genitori, che oggi hanno bisogno di trovare dei "soci", dei partner. La famiglia è un pezzo del percorso, da sola non basta. Un tempo era un luogo di relazioni: i nonni, gli zii spesso vivevano anche sotto lo stesso tetto. Oggi è troppo piccola, frammentata. Uno dei "soci" è la scuola. Bisognerebbe capirlo e investirci di più. E meglio".


lunedì 28 settembre 2009

Prede o Ragni: viaggio nella Complessità, con Luca Comello


Did You Know? - Click here for more amazing videos

"Viviamo in un tempo esponenziale" è il messaggio di questo video con cui Luca Comello ha aperto la serata. Non c'è scampo: il mondo sta evolvendo ad una velocità sempre crescente grazie all'aumentare delle connessioni tra i singoli elementi che lo compongono. L'umanità può dunque essere vista come un super-cervello la cui intelligenza cresce in virtù dell'aumento delle proprie sinapsi. Il messaggio è straordinario e terrificante nello stesso tempo: come potremo infatti comprendere e gestire una tale complessità alla rapidità con cui sta aumentando?

Il primo passo è cercare di affrontare un cambiamento culturale: è un cambio di prospettiva sul mondo e per i Managers un modo diverso di guardare alla propria organizzazione.
Dalla Teoria della Complessità infatti i Managers possono trarre utili insegnamenti; per esempio che è importante imparare a far convivere concetti apparentemente inconciliabili come efficienza e flessibilità, controllo e auto-organizzazione, riduzione dei costi e ridondanza, approccio analitico e approccio sistemico, ordine e disordine alla costante ricerca di un equilibrio dinamico, in un processo evolutivo in cui sempre più frequentemente si succedono periodi di discontinuità (cambiamenti) e in cui sempre più brevi sono i periodi di stabilità.

Per conoscere meglio la complessità e soprattutto per non averne paura, vi consiglio di leggere i libri di Comello - De Toni: 'Viaggio nella complessità' More about Viaggio nella complessità e naturalmente 'Prede o Ragni'

Link ad un commento del relatore.

MB

mercoledì 29 luglio 2009

Arrivederci a settembre!


Anche quest'anno molti di noi sono giunti in prossimità delle agognate ferie...

Auguro a tutti giorni sereni e riposanti e un rientro con le batterie full.

Vi aspetto di nuovo a settembre: non perdetevi l'appuntamento con Luca Comello e il suo affascinante viaggio nella Complessità!!

: )
Marta


lunedì 13 luglio 2009

La responsabilità sociale d'Impresa tra Etica e Spiritualità, con Giuseppe Robiati




Un breve excursus sulla serata, tratto dal reportage di Luciana Zanon per la rivista 7Th Floor:


“Un’azienda è come un figlio: non puoi amarlo avendo in mente il risultato che vuoi raggiungere con lui. Se lo ami in modo incondizionato, facendo tutto il meglio per lui, sicuramente arriveranno dei buoni risultati, non necessariamente quelli che avevi in mente tu.” Comincia così l’incontro con Marta Brioschi, imprenditrice e HR manager in Fandis, un’azienda tutta italiana (e che vuole continuare ad esserlo), specializzata nel settore della ricerca, progettazione e realizzazione di soluzioni tecnologiche.
“Come imprenditrice do per scontato che devo creare profitto: un’azienda senza profitto, come un bambino senza cibo, non può né sopravvivere né crescere. Ma quello che non è così scontato, e che fa la differenza, è il modo con cui raggiungo questo profitto. Noi ci preoccupiamo di fare le cose bene, dando il meglio di noi stessi e rispettando tutte le persone: io sono certa che questo porterà dei buoni risultati anche e soprattutto, in questo difficile momento di mercato”.

Marta, dopo aver letto qualche tempo fa su 7th floor l’intervista a Beppe Robiati, Impresa e Spiritualità, lo contatta per invitarlo come relatore al ciclo di conferenze di Fandis. Organizza quindi il 9 luglio un incontro aperto a imprenditori, manager e alla comunità locale per parlare di responsabiltà sociale d’impresa. Ovviamente ci vado anch’io e lei mi accoglie nella bella sede di Fandis a Borgo Ticino, con queste parole, una traduzione pratica del concetto di Corporate Social Responsability di cui parlerà Beppe durante l’incontro.

Beppe: la definizione classica di impresa ancora oggi contempla come suo scopo principale il profitto. E chiaro che gli imprenditori nati con questa impostazione usano il mercato in modo predatorio, esclusivamente come canale per fare profitto. Fino a ieri nessuno, al riparo da questo concetto, metteva in discussione che solo una piccola parte dell’umanità gestisse la maggioranza delle risorse del pianeta. Questo ha reso possibile la creazione di una grande ricchezza, purtroppo però condivisa solo da pochi. Ha permesso, e ancora continua a permettere, che bambini venissero utilizzati nelle fabbriche, anche al di sotto dei 14 anni. E che quando si rompevano, esattamente come dei pezzi di ricambio, fossero sostituiti.
M. “Per me parlare di etica a chi ha sempre concepito l’azienda solo come strumento di monetizzazione è molto difficile, ed è molto difficile anche far capire che l’etica sul lungo periodo paga. D’altro canto a me è impossibile capire la logica del solo profitto: fin da bambina in casa mia sentivo da mio nonno, che era un collaboratore di Olivetti, e da mio padre che prima di fondare la sua impresa ha avuto come mentore Mattei, i racconti di questi grandi uomini. È chiaro che per me etica ed impresa sono due parole inscindibili.”

B. Da alcuni anni tuttavia alcuni imprenditori ed economisti, si stanno chiedendo qual è l’influenza dell’impresa nel contesto sociale e nell’ambiente. La definizione si sta trasformando e lo scopo dell’impresa sta diventando molteplice: non è più il solo profitto, ma anche l’attenzione all’ambiente, ai dipendenti, ai clienti, ai fornitori, alla società civile. Insomma le persone hanno le stessa importanza del profitto.
M. “La nostra forza, anche in questo difficile momento, è la qualità delle relazioni e la sinergia che abbiamo costruito con le persone con cui lavoriamo. Ad esempio i nostri clienti e fornitori: se un nostro cliente sta passando un momento difficile e non ci può pagare, possiamo sostenerlo e a nostra volta contare sulla dilazione che ci concederà il nostro fornitore. La fiducia e il sostegno reciproco che si sono creati con anni di relazioni rispettose sono realmente una forza su cui poter contare.

B. E le persone sono anime. Oltre al corpo e all’intelletto (le due parti che maggiormente interessano le imprese orientate al profitto) le persone possiedono emozioni, volontà e talenti. Vuol dire che non si può pensare che le persone non portino al lavoro le loro preoccupazioni, le paure per il futuro, i loro dolori familiari. Ma anche la creatività, i desideri e le speranze e il loro modo di intendere il mondo. Se l’impresa non considera l’individuo nella sua totalità creerà soltanto persone frustrate, che non vedono l’ora di timbrare il cartellino e andarsene a casa, lasciando in azienda il minimo indispensabile delle loro capacità.
In un mondo che diventa sempre più globale la capacità di sintonizzarsi sui diversi bisogni si deve sviluppare sempre di più. Nella nostra azienda, soprattutto in nord Italia, gli operai arrivano da tutte le parti del mondo, il rischio di conflitti fra culture diverse è molto elevato. Ma da noi ogni cultura deve essere rispettata e così, ad esempio, con la consultazione di tutti, abbiamo organizzato la mensa multietnica, dove le donne indù hanno portato le loro ricette vegetariane, i mussulmani ci hanno informati delle loro regole e così via. Ed ognuno, stranieri ed italiani, trovano un pezzetto della loro cultura anche in mensa. Oppure, su richiesta di alcuni mussulmani, abbiamo costruito una sala di preghiera che, con una piccola variazione organizzativa, permetta loro di rispettare i precetti della religione islamica sulla preghiera.
M. “In questo momento di crisi, le persone sono preoccupate e hanno bisogno di sapere quali sono i progetti dell’azienda per il futuro, che cosa intendiamo fare. Il messaggio che cerchiamo di trasmettere è di speranza: noi non possiamo controllare gli eventi esterni, ma possiamo continuare, così come abbiamo sempre fatto, a prepararci e, con l’aiuto di tutti, a fare del nostro meglio. Il mondo ha davanti anni difficili, ma noi non avremo paura, perché Fandis si sta preparando per quelli che verranno poi.”.

B. E soprattutto nessuno può vivere senza amare e senza essere amato. Così come ognuno ha la necessità di sentirsi parte di un’unità. Questo è valido nella vita privata, ma è altrettanto valido anche al lavoro.
M. Il mio intento, come imprenditrice e HR manager, è quello di trasformare l’azienda da luogo di lavoro dove si contrappongono interessi divergenti, in una comunità con delle finalità e un sistema valoriale condivisi, dove il profitto sia considerato un mezzo e non un fine e le persone si sentano realmente partecipi di un progetto in cui riconoscersi.

Dopo il dibattito molte domande, molte richieste, molte speranze, a volte un pizzico di pessimismo che fa chiedere - ma quanto tempo ci vorrà per vedere realizzati i principi del Corporate Social Responsability? -
Beppe: ci vuole tempo, pazienza, coraggio e soprattutto l’impegno di tutti, come imprenditori, come manager e come collaboratori. Insomma come persone.

LZ

Luciana Zanon vive e lavora a Milano come consulente di counseling, coaching, formazione e out door. Opera in azienda su temi come comunicazione, leadership, conflitto, cambiamento, stress, team work. Progetta seminari e percorsi di coaching integrando aspetti cognitivi, emotivi e, grazie alle arti marziali orientali, sensoriali. http://www.lucianazanon.it/

Per approfondimenti sul tema clicca qui

La scienza di Pinocchio, con Silvano Fuso


È vero che i miracoli sfuggono a qualsiasi spiegazione scientifica? Vi sono prove dell’esistenza dello Yeti e degli alieni? Atlantide è mai esistita? È vero che lo sbarco sulla Luna e l’attentato dell’11 settembre furono una messa in scena degli americani? Il codice da Vinci svela davvero verità nascoste? Le medicine alternative sono efficaci? L’elettrosmog, gli OGM e il nucleare sono davvero pericolosi? Fusione fredda e idrogeno risolveranno i nostri problemi energetici?
Queste sono solo alcune delle numerose domande alle quali il relatore Silvano Fuso, autore dell’omonimo libro “Pinocchio e la scienza”, cerca di rispondere.

Il libro, che consiglio a tutti, ci insegna che molte delle informazioni che riceviamo quotidianamente dovrebbero essere filtrate e analizzate con una propria capacità di analisi e alla luce di comprovate conoscenze scientifiche: troppe sono infatti le illusioni e gli inganni che spesso, purtroppo, anche i media spacciano per verità incontrovertibili.
Il messaggio forte che è dunque emerso dalla discussione è quello di dotarsi di un’arma di difesa intellettuale contro le bufale scientifiche, non dando mai nulla per scontato e sottoponendo dati e informazioni al vaglio della razionalità e del senso critico.
ST

martedì 7 luglio 2009

Calendario 2009 - 2° semestre


Luglio 9 (Categoria: Conferenza)
Tema: Società
Titolo: La responsabilità sociale d'impresa tra Etica e Spiritualità
Relatore: Giuseppe Robiati - Presidente dell'ass. No profit EBBF

Settembre 25 (Categoria: Conferenza) *
Tema: Sociologia delle Organizzazioni
Titolo: Prede e Ragni: viaggio nella Complessità.
Relatore: Luca Comello - co-autore dell'omonimo libro.

Ottobre 8 (Categoria: Conferenza)
Tema: Economia
Titolo: L'eredità del Rinascimento: quale lezione per l'attuale congiuntura.
Relatore: Prof. Franco Rebuffo - Presidente di Alétheia

Ottobre 29 (Categoria: Conferenza spettacolo)
Tema: Letteratura
Titolo: Edgar Allan Poe. La Vertigine Perfetta
Relatore: Raul Montanari - Scrittore

Novembre 12 (Categoria: Conferenza)
Tema: Storia
Titolo: Fra' Dolcino: un eretico medievale e la setta degli Apostolici nella Valsesia del XIV secolo.
Relatore: Alberto Temporelli - studioso di storia religiosa e artistica locale.


* Per motivi organizzativi, questa conferenza avrà luogo di venerdì.
...

martedì 26 maggio 2009

I Nativi Americani e la cultura sciamanica, con Marco Massignan


"Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all'uomo, è l'uomo che appartiene alla terra. Tutte le cose sono collegate, come il sangue che unisce una famiglia. Non è stato l'uomo a tessere la tela della vita, egli ne è soltanto un filo. Qualunque cosa egli faccia alla tela, lo fa a se stesso."
In poche righe, tratte dal discorso di capo Seattle del 1850, è racchiusa la sapienza dei nativi americani, una cultura fatta di riti, credenze ed esperienza, da tramandare esattamente come il nome del clan di appartenenza, come l'arte della caccia al bufalo, fonte di sostentamento e protagonista di antichi riti. L'uomo, come i quattro elementi, è parte di un tutto che è Madre Terra; colei che dà la vita, la grande madre da rispettare, conoscere e venerare.

Abbiamo compiuto un viaggio magico, a cavallo di secoli e attraverso terre incontaminate, patria di tribù eterogenee ma legate dal profondo rapporto con la Natura, vista come insieme di elementi e fonte di vita. Abbiamo cercato di comprendere il significato di usanze e credenze ormai stereotipate e decontestualizzate, come la danza del sole, l'attribuzione di un nome Totem e il sapiente utilizzo di erbe curative e pratiche sciamaniche. Uno stimolo a ricercare il vero significato di gesti che purtroppo vanno perdendosi a causa di una cruenta repressione e di un processo di "occidentalizzazione forzata", che sono nati con la corsa all'oro nel mitico "far west".

Marco Massignan ha portato in Fandis la sua esperienza di studioso e conoscitore della cultura dei Nativi, raccontandoci di un mondo ormai lontano, riportandoci frammenti di storia e storie di una popolazione che ha avuto modo di incontrare durante i suoi viaggi e che quotidianamente mette a disposizione attraverso libri, corsi, conferenze e seminari.
Per chi volesse approfondire la tematica, molto materiale è reperibile sul sito http://www.marcomassignan.org/
Guardate anche l' ntervista a Marco Massignan realizzata al Convegno "La via della guarigione - Sapienza sciamanica e medicina moderna" organizzato dall’Associazione Culturale “Le vie dell’Anima", Milano Hotel Michelangelo, 8 giugno 2008
FC


mercoledì 6 maggio 2009

Capitan Novara e altri supereroi, ovvero il fumetto italiano e i suoi generi, con Fabrizio de Fabritiis e Chiara Mognetti

Forse non tutti sanno che tra le risaie della nostra provincia si aggira un mostro, o che un comune ragazzo ogni tanto indossa una tuta attillata e diventa Capitan Novara, paladino della città e difensore dei deboli...come dire, anche il fumetto italiano ha scoperto il genere supereroistico, che contro ogni previsione di mercato sta reagendo molto bene anche all'arrivo di altri colleghi del Capitano, come Comandante Italia e Dottor Torino, l'ultimo nato della Emmetre Service. Con le sue tovagliette alimentari 'da leggere' , il 'Capitano' intrattiene infatti gli avventori di sempre più numerosi locali, conquistando schiere di fans, anche grazie alla pubblicazione di un apposito Magazine.

Ma dalle matite (?) di Fabrizio de Fabritiis e dei suoi collaboratori non escono solo eroi dotati di super poteri. Sull'opposto versante della normale quotidianità, infatti, sta muovendo i primi passi nel mondo delle celebrità un giovane artigiano lombardo, un tipo come tanti con le difficoltà e le responsabilità di tutti i comuni mortali. Piace proprio per la sua semplicità, che permette un'immediata identificazione dei lettori, perchè si ritrovano nelle giornate di Filippo, scandite come sono dal lavoro e dagli impegni quotidiani.
Al momento purtroppo gli albi non sono distribuiti nelle fumetterie o nelle edicole e sono invece disponibili gratuitamente agli iscritti della Confartigianato dell'Alto milanese e presto anche nelle scuole, dove si spera di interessare le nuove generazioni di studenti al lavoro artigianale.
Il progetto editoriale è nato infatti dall'intuizione della Sig.ra Patrizia Lia sotto l'egida dell'istituzione locale lombarda che rappresenta la categoria, anzi le 50 categorie artigiane presenti sul territorio. Complimenti per la bella iniziativa!


MB


Grazie infine a Puntoradio per questa chicca:

L'arte dello spettatore, con le prof. Elena Cantarella e Mariapaola Pierini


Anno prezioso il 1947. Non solo il mondo tornava alla vita dopo un grande conflitto, ma si fondavano due pietre miliari nella storia delle Performing Arts: in Italia infatti Giorgio Strehler apriva il Piccolo Teatro, mentre in America nascevano gli Actor Studios.
Attraverso i racconti delle Professoresse Cantarella e Pierini abbiamo iniziato un percorso di educazione all’arte dello spettatore che prevede ulteriori tappe nel corso del prossimo anno.
Attraverso l’analisi degli stili di regia di Strehler e Ronconi è stata raccontata l’evoluzione della regia teatrale italiana, nata in ritardo rispetto alle altre consorelle europee, mentre il nostro breve viaggio nel cinema ci ha fornito alcuni utili elementi per una prima lettura degli stili attoriali e quindi per una valutazione consapevole dell’abilità recitativa degli attori (in particolare degli anni ’30-’50) del grande schermo.
Le relatrici hanno senz’altro suscitato interesse nel pubblico attento, che infatti ha proposto argomenti di approfondimento per prossime conferenze.

venerdì 27 marzo 2009

Passione per Trilli. Alcune idee dalla matematica, con il Prof. Roberto Lucchetti

Esistono diversi tipi di matematica e quella del Prof. Lucchetti è del tipo che si applica alle Scienze Sociali.
In particolare, la Teoria dei Giochi che ha bene illustrato con esempi curiosi, si preoccupa di analizzare il comportamento razionale delle persone.
Eccone un assaggio:
Due criminali vengono accusati di aver compiuto una rapina. Gli investigatori li arrestano entrambi e li chiudono in due celle diverse impedendo loro di comunicare. A ognuno di loro vengono date due scelte: confessare l'accaduto, oppure non confessare. Viene inoltre spiegato loro che:a) se solo uno dei due confessa, chi ha confessato evita la pena; l'altro viene però condannato a 7 anni di carcere.b) se entrambi confessano, vengono entrambi condannati a 6 anni.c) se nessuno dei due confessa, entrambi vengono condannati a 1 anno.I due prigionieri coopereranno per ridurre al minimo la condanna di entrambi o uno dei due tradirà l'altro per minimizzare la propria?

Quello che vi ho citato è un famoso paradosso. Si chiama "Il dilemma del prigioniero" ed è un gioco matematico proposto negli anni '50 da Albert Tucker.
La soluzione al gioco è che i prigionieri cercheranno di 'massimizzare la propria utilità' e finiranno entrambi per confessare. Confessando, infatti, ciascuno di loro sa che, comunque vada, non avrà il massimo della pena, mentre potrebbe addirittura evitarla.
Il dilemma in sè può descrivere altrettanto bene la corsa agli armamenti, proprio degli anni '50, da parte di USA e URSS (i due prigionieri) durante la guerra fredda.

MB